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SUL RISARCIMENTO DEL DANNO DA IMMISSIONI MOLESTE...


SUL RISARCIMENTO DEL DANNO DA IMMISSIONI MOLESTE LESIVE DEL DIRITTO AL NORMALE SVOLGIMENTO DELLA VITA DOMESTICA

(Cass. 03/09/2018 n° 21554)

 

È risarcibile il danno non patrimoniale conseguente ad immissioni illecite, allorché siano stati lesi il diritto al normale svolgimento della vita familiare all’interno della propria abitazione ed il diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita quotidiana, quali diritti costituzionalmente garantiti nonché tutelati dall’art. 8 della Commissione Europea dei diritti dell’uomo”.

È questo il principio di diritto espresso da una recente sentenza della Corte Regolatrice (Cass. 03/09/2018 n°21554), in un caso in cui il proprietario di un appartamento sovrastante una officina per le riparazioni auto, troppo rumorosa, aveva ottenuto dal Giudice di merito un risarcimento danni di € 10.500,00, tenuto conto che le immissioni moleste superavano la soglia della normale tollerabilità in un solo ambiente della casa ed in misura contenuta ed inoltre nel solo orario di apertura dell’officina stessa.

In questo senso, secondo gli Ermellini, doveva ritenersi corretta la decisione del Giudice di merito secondo cui in materia di immissioni intollerabili il danno alla salute deve essere specificamente provato (onere non assolto nella concreta fattispecie) in quanto insussistente in re ipsa: il che non osta al risarcimento del danno non patrimoniale conseguente ad immissioni illecite il quale va liquidato prescindendosi “da qualsiasi criterio di contemperamento di interessi contrastanti e di priorità dell’uso” (come erroneamente opinato dalla Corte di Appello Territoriale). Ed, invero, venendo in considerazione, in tale ipotesi, unicamente l’illiceità del fatto generatore del danno arrecato a terzi, si rientrerebbe nello schema della azione generale di risarcimento del danno ex art. 2043 CC e, specificamente per quanto concerne il danno non patrimoniale risarcibile, dell’art. 2059 CC”.

Il panorama giurisprudenziale si arricchisce, dunque, di un ulteriore contributo del Giudice di legittimità in una direzione intesa a riconoscere piena tutela ai diritti personali del proprietario confinante, attraverso una lettura costituzionalmente orientata dall’art. 844 CC, senza necessità della valutazione circa il contemperamento fra le esigenze proprietarie e quelle della produzione.

La norma dell’art. 844 c.p.c. stabilisce che il proprietario non può impedire le immissioni provenienti da altro fondo se le stesse non superino la normale tollerabilità, tenuto conto dell’assetto dei luoghi. Nel valutare il parametro della tollerabilità, il Giudice dovrebbe apprezzare la esigenza della produzione e considerare le priorità d’uso dei fondi. Si scorge, dunque, in tale disposizione di legge, la prevalenza dell’interesse collettivo all’incremento della produzione su quello individuale del proprietario.

Le ragioni di tale prevalenza vanno ricondotte al momento storico in cui è stata introdotta nel Codice Civile detta disposizione, allorquando cioè si voleva favorire lo sviluppo economico onde ovviare alla arretratezza e  povertà del Paese. Venuta meno tale “priorità”, per la raggiunta stabilità economica, in questo ultimo decennio la giurisprudenza di legittimità ha avuto il merito di offrire una nuova lettura dell’art. 844 c.p.c. in una prospettiva costituzionale laddove la realtà produttiva non è più in grado di sopravanzare i diritti fondamentali, quali quello alla salute, di coloro che vivono accanto ai luoghi ove si svolge la produzione.

Sullo sfondo di tale rinnovata prospettiva , vanno segnalate due decisioni della S.C.: la prima (Cass. 10/05/2006 n° 2166), demanda all’art. 844 c.p.c. anche il compito di protezione del diritto alla salute attraverso una rivisitazione dei criteri di definizione dei limiti di tollerabilità; la seconda (Cass. 1015/2006 n° 10715)  assegna all’art. 2043 CC, ossia alla generale disciplina dell’illecito aquiliano più specificatamente il compito di perseguire detta tutela, laddove occorre governare i limiti delle facoltà proprietarie comparando l’esigenza della produzione con l’uso abitativo.

In quest’ultima direzione appare muoversi la sentenza in commento laddove esclude la sussistenza in re ipsa del danno alla salute derivante da immissioni moleste ma non, come accennato (e in questo la Cassazione ripete principi già affermati in precedenza nelle decisioni 18/05/2015 n° 10173, in una fattispecie di immissioni di rumori da un impianto di climatizzazione istallato da alcuni vicini in un fabbricato condominiale; 20/01/2017 n° 1606 in una fattispecie di immissioni moleste provenienti da una falegnameria), l’esistenza di un danno non patrimoniale derivante dalla lesione al normale svolgimento della vita familiare in presenza di immissioni moleste; in un contesto in cui il relativo fastidio ed insopportabilità, riconducibili a quello che viene definito danno esistenziale, vanno valutati caso per caso, non avendo il limite di tollerabilità delle immissioni, infatti,  carattere assoluto ma essendo esso relativo alla situazione ambientale, variabile da luogo a luogo, secondo le caratteristiche della zona e le abitudini degli abitanti (così ex multis Cass. 3438/2010, Cass. 17051/2011, Cass. 14/03/2018 n° 6136).

Principi, invero, non sempre pacifici essendo stato ritenuto dalla Corte Regolatrice (v. ad esempio Cass. 20/03/2012 n° 4394) che in tema di immissioni – nella specie, fumi – eccedenti il limite della normale tollerabilità, non può essere risarcito il danno non patrimoniale consistente nella modifica delle abitudini di vita del danneggiato, in difetto di specifica prospettazione di un danno attuale e concreto alla sua salute  o di altri profili di responsabilità del proprietario del fondo da cui si originò la immissione.

In questo senso, nello specifico, v. anche Cass. 19/08/2001 n° 17427 secondo cui la intollerabilità delle immissioni, non determina, in assenza di un accertamento di una lesione alla integrità psicofisica, la ricorrenza di un danno risarcibile corrispondente ai disagi ed ai turbamenti del benessere psicofisico non assurgendo la tranquillità familiare a valore costituzionalmente protetto.

Riecheggia il dilemma esistenzialista della Cassazione, più marcato all’indomani delle c.d. sentenze di S. Martino del 11/11/2018 n° 26972 e successivamente (dal 2011 in pratica) alla ritenuta configurabilità di una autonomia ontologica del danno esistenziale (che va sempre allegato e provato) in quanto “ogni vulnus arrecato ad un interesse tutelato dalla Corte Costituzionale si caratterizza per la sua doppia dimensione del danno relazione/proiezione esterna dell’essere (il danno esistenziale) e del danno morale/interiorizzazione intimistica della sofferenza: un danno che va ristorato pur dovendosi evitare inammissibili duplicazioni risarcitorie. Così Cass. 18641/2011, 24082/2012, 9231/2012, 22585/2013, 1361/2014, 5243/2014, 21917/2014, 9320/2015, 4379/2016, 7766/2016, 19641/2016, 9210/2017, 27229/2017, 901/2018 le quali hanno avuto il merito di indicare quelle che si possono definire credenziali del danno esistenziale opinando per l’appunto in direzione della autonomia ontologica del danno stesso.

In tale prospettiva, il cambiamento delle abitudini di vita, che può derivare da immissioni moleste, deve essere concreto e comportare una lesione, al soggetto che le subisce, di contenuto apprezzabile e non limitata alla rappresentazione di una vita spiacevole.

Il fastidio deve raggiungere una soglia rilevante e non risolversi in manifestazioni dell’umore, variabili da soggetto a soggetto e che costituiscono una caratteristica costante delle nostre azioni quotidiane (così in particolare Cass. 29/01/2018 n° 2056).

Sarà il Giudice di merito a valutare caso per caso la ricorrenza delle suddette condizioni, come ha fatto il Giudice di primo e secondo grado, nella fattispecie esaminata dalla S.C. decisa con la sentenza in commento. Ottobre

Avv. Antonio Arseni - Foro Civitavecchia


Inserito il 10 ottobre 2018 alle 00:00:00 da Antonio.Arseni

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